sabato 23 novembre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Portati via - Racconto.

Da qui te ne devi andare, mettere gli anni in valigia e sparire, andare dove non possa trovarti né immaginarti né saperti. E farà male l'odore di te che non ci sarai, l'assenza del tuo dopobarba tra il corridoio e il bagno. E si tornerà al mio non saper cucinare, alla polvere sui mobili e al frastuono della televisione ma non importa, tu da qui te ne devi andare. Lasciami le chiavi, lasciami il cuore, lasciami me. Torna da lei che ti ha aspettato per tutto questo tempo, che ti ha condiviso, che si è tenuta te quando io non ti ho più saputo tenere. Tieni, questi sono i calzini che ho rammendato, queste le camicie che ho stirato e le cravatte che non ho mai saputo annodare. Portati via da qui. Ché la delusione non somiglia a un temporale né alla pioggia forte d'estate, ma scivola goccia a goccia raffreddandomi il cuore. Quando siamo venuti qui era autunno ed io ero la sola, al centro del tuo mondo fatto di carte e libri e taccuini fitti di scritte. Adesso sono sola, ancora, ma fuori da te. Sono qui che ti guardo e ti riguardo come fossi una figura intrappolata in una sfera di vetro, di quelle che se le capovolgi nevica. Nevica sulle tue spalle, su come ti ricordo, e tu sei così lontano e non posso toccarti. Quand'è stato che abbiamo costruito i nostri muri di plexiglas? Non riesco a capire. Mi hai mandata via mentre non guardavo. Mentre dormivo. E adesso è così tardi che sembra non ci sia mai stato un presto. Ci guardiamo senza poterci sfiorare né trovare, non più.
Portati via ché è già tardi e perderai il treno. E adesso esci dalla camera da letto con la stessa valigia che era con noi a Londra, a Parigi, a Dublino. Chissà se te la ricordi, quella foto accanto alla statua di Molly Malone, con Grafton Street che era un tripudio di colori e di gente e di voci e tu che guardavi me e non l'obiettivo.
"Ti ho lasciato le chiavi sul tavolo." dici, e il tuo non è un dire ma un fermarmi il tempo, congelandomi. Posso ancora farlo - tenerti - afferrarti un polso e dirti no, non partire, non importa, accetto lei, accetto te, azzeriamoci e ripartiamo da un'altra partenza. Ma è che non voglio. E' che sono qui che tanti anni mi hanno attraversato il cuore e non ho più niente da raccontare. Siamo finiti come finiscono i film e le canzoni, solo un po' più tardi.
"Vado, allora." sei indeciso e ti vedo come fossi sbiadito, una macchia d'acquerello su carta.
Un mio cenno d'assenso e sei fuori a rincorrerti la vita. E mi crollano i muri, i soffitti, tutta questa casa, tutto mi crolla nel cuore. Ma ci sono io, ancora. Tra le macerie, i "vado", i "non torno", ci sono io. E respiro ancora.

giovedì 14 novembre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

sad beautiful tragic.



E' una di quelle giornate da video musicali tamarri (questo, in particolar modo) e krapfen alla crema - sorvoliamo sull'esercitazione di linguistica generale di questo pomeriggio. Leggere Eugenides mi apre il cuore, sarà perché era troppo tempo che leggevo soltanto emergenti o sarà perché i libri, l'ho sempre pensato, ti chiamano quand'è il momento giusto. E questo è il momento delle vergini suicide, dei loro capelli biondi e i braccialetti tintinnanti, del sorriso smagliante di Trip e dell'odore di sigarette di Lux. Adoro le fotografie finto-vintage, quelle dai colori tenui e il bordo sfumato, bruciato quasi. E' uno dei motivi per i quali amo Il giardino delle vergini suicide, il bel film che Sofia Coppola ha tratto dal libro di Eugenides. E' un album di fotografie, la pellicola. Uno di quegli album che mi piacciono tanto.





C'è qualcosa di macabro e affascinante, nel romanzo come nel film. Credo si tratti dell'equilibrio precario tra innocenza e tensione erotica, infanzia ed età adulta. Sad beautiful tragic era il titolo di una splendida canzone di Taylor Swift ma è anche la triade perfetta per descrivere le sorelle Larson. E' inquietante, la freddezza calcolata delle loro azioni, così come lo è l'ironia affilata della voce narrante (nel libro). Credo esistano poche letture altrettanto affascinanti in modo così insolito e oserei dire morboso. Mi accingo a scriverne una recensione per Leggere a Colori: stay tuned. Intanto, mi accontento di divorare pagine e krapfen alla crema tra gli assi di variazione linguistica e la pioggia-sole di questi giorni. Mi sento stranamente felice. Di cosa, poi, non so dire.


p.s. Sto scrivendo pagine nuove. Molto nuove. Ho qualcosa come delle scosse che mi attraversano i capelli neanche fossero cavi elettrici. E' un buon segno, questo. E' il rumore che fa una storia quando spicca il volo.





martedì 12 novembre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

novembre.



Piove ininterrottamente da due giorni o forse tre. Gomitoli furiosi di capelli tra gli occhi e l'orlo blu del cappuccio. La tenda tirata sui tavolini del bar Ciaia. Sono tutti dentro accanto al bancone ma io voglio restare fuori, guardare la pioggia e farmi venire la cervicale. Mentre il ragazzo del bar mi porge la tazzina penso che quel brufolo accanto al suo naso sta diventando una bomba atomica e un po' mi viene da ridere e un po' mi dispiace. Bellezza incrinata. Piove e il caffè si raffredda mentre io sono qui che mi destreggio tra tramezzini troppo molli e sigarette e accendini e kindle - mangiare, fumare, bere, leggere - tutto contemporaneamente. Non conosco momenti morti. E ho così tanti libri da recensire che a breve saranno i libri a recensire me, e di me diranno: non vai bene, sei confusa, hai bisogno di editing. Non troverai spazio nel mercato editoriale. Ritenta. Dei novembre passati ricordo un freddo più freddo e le mie calze blu elettrico alla festa di San Trifone, il capretto con le patate e gli orecchini a un euro dalle bancarelle. I suoceri di mia sorella. I miei fidanzati. Quest'anno è stato diverso, con l'amico del Congo e il maglione nuovo di Marzia. Parlare in francese arrugginito tra il caos umano accanto al banco dello zucchero filato e ridere ai compleanni altrui mentre butto giù pezzi di torte troppo caloriche e chiedo a Marzia di sposarmi. Sono qui ma sono altrove. Vorrei essere altrove senza essere qui.

E vorrei abbracciarti attraverso i chilometri e il temporale, le parole e le strade. Arrivare a te coi capelli arruffati e un terribile dolore al collo. E dirti: ho attraversato la pioggia, per te.