giovedì 31 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

"Io sono il male" di Stella - Recensione.



Protagonista assoluto del romanzo di Stella è il Demonio, fermamente deciso a radicare il male nei cuori degli uomini e a conquistare le loro anime. La storia prende avvio in un hotel a Torino, dove una famiglia sta soggiornando in attesa del completamento dei lavori di ristrutturazione per la propria casa. E’ lì che il Diavolo si svela per la prima volta, uccidendo brutalmente la componente più giovane della famiglia, Caterina. Michael, suo padre, non riesce a rassegnarsi alla sua morte e vorrebbe portare avanti le indagini per conto proprio. Qualche tempo dopo, una coppia di coniugi viene massacrata dalla loro bambina, Sara, nella cui mente alberga il Demonio. La vita di Michael e quella della piccola s’incrociano durante la presentazione di un libro, quando l’uomo conosce Samantha, la zia scrittrice della bambina. Samantha e Michael, uniti dal dolore, cercheranno di carpire i segreti del Diavolo per braccarlo e vincere la lotta contro il Male, una lotta eterna nella quale saranno in molti a soccombere.

Il romanzo di Stella ha un grande pregio che consiste nel saper creare la giusta atmosfera, caratterizzata da tutte le sfumature della paura e dell’orrore. Il testo risulta “cinematografico” piuttosto che narrativo, costituendosi di una serie di fotogrammi a tinte forti che si rincorrono freneticamente nel corso delle pagine. L’autrice sa rendere in modo pregevole il senso dell’urgenza, della fretta, che scaturiscono dalla lotta e dall’inevitabile presenza del Male sulla Terra. Mi ritrovo costretta ad ammettere, tuttavia, che la storia non è particolarmente originale per via dei frequenti rimandi alla letteratura horror preesistente – Stephen King in primis – e, in generale, al repertorio cinematografico, prevalentemente americano, dell’incubo e del terrore. Di contro, ho trovato interessante la figura di Michael, padre e marito maledetto, costretto a convivere con il Male e a sperimentarlo in tutte le sue forme. Lui è l’unico in grado di lottare fino alla fine, l’unico che ha il coraggio di guardare negli occhi il Diavolo e di non abbassare lo sguardo. Pregevole è anche l’incrociarsi delle vite dei personaggi, il loro interagire all’interno della vicenda; in tal senso, avrebbe sicuramente contribuito alla buona riuscita del libro un maggiore approfondimento psicologico dei protagonisti. L’opera risulta, nel complesso, degna di lettura, benché sia consigliabile un lavoro di editing a causa della presenza di alcuni refusi, descrizioni talvolta dispersive e una certa confusione nei piani temporali (viene usato il passato remoto anche quando sarebbe necessario il trapassato per segnalare un’azione anteriore). Al di là di questi incidenti di percorso – giustificabili se si pensa che l’autrice è emergente – il romanzo costituisce una piacevole lettura, scorrevole e mai tediosa, dalla quale emerge la forte passione della scrittrice per l’immaginario orrorifico. Non a caso, Stella si muove attivamente nei blog e nei social networks per promuovere la diffusione di un genere letterario – l’horror classico – che non ha ancora trovato in Italia il riconoscimento che gli spetta.
venerdì 25 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Dell'ascoltarsi.



Siamo ciò che scegliamo di essere. E' tutto qui, in questa frase. Siamo ciò che scegliamo di essere e dobbiamo regolarci di conseguenza. Possiamo scegliere di avere i capelli verdi, di uscire con indosso soltanto un body e niente pantaloni, di fumare di fronte ai nostri genitori. Dovremmo avere il coraggio di accettarci, di dire "okay, ho questo limite immenso e sì, cercherò di arginarlo, ma sono comunque io e vado bene lo stesso". E capire che è okay anche stare male, anche non mangiare per una settimana, perché siamo anche dolore e dobbiamo accettarlo. Il coraggio di ascoltarci, di captare tutte quelle sensazioni negative che avvertiamo e che sono campanelli d'allarme che nascondiamo tra un caffè al bar e un harmony a tre euro per fingere che vada tutto bene e andare avanti, ancora, sempre. Non va tutto bene, ma potrebbe. Potrebbe, se resto sola. Se per una volta riesco a trovare l'umiltà di dire "Bianca, hai sbagliato". Come quella volta in montagna, quando ho imboccato il sentiero fitness al posto di quello artistico e mi sono ritrovata davanti una spalliera conficcata tra gli alberi e mi sono detta "ehi torna indietro". E non perché il sentiero fitness fosse diverso da quello artistico, o più difficile, o non so cos'altro. E' che non era Bellezza. E allora mi sono voltata, ho risvoltato l'orlo dei pantaloni e sono tornata indietro. E sono ripartita.
giovedì 24 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Snowqueen of Bari


She's mending a fairy tale 
Reading her heart 
(Ooh, a Deborah forever) 
That's a good motto 
For some jokeman's card 
 I'm on my knees, your majesty 
Snowqueen, save a cold kiss for me 

The Mamas & The Papas - Snowqueen Of Texas 


Non so com'è che mi sia venuta questa fissa per i The Mamas & The Papas. Principalmente, adoro la rotondetta dai capelli rossi: ha lo sguardo truce da cattiva delle fiabe ed è, al tempo stesso, simpatica. Sarà che io e le chiome fiammeggianti siamo ormai un duo indivisibile. Mi sembra inverno, anche se ieri sono riuscita a levarmi la giacca alle otto di sera. E' inverno nelle cose. Sono nel bel mezzo della burrasca eppure mi sento quasi serena. Credo sia l'immobilità dell'incertezza, il non sapere che fare né dove andare né, supponendo ci sia il dove, sapere con chi andare. Sono in attesa, un po' come la mia Emilia, e se nell'attesa mangio cupcakes pazienza, chissà che finalmente non metta su un grammo. C'è qualcuno, oltre la mia finestra, che miagola come un gatto e gatto non è. Siamo circondati da gente strana. Come su Facebook. No, non voglio farvi vedere che faccia ho in webcam né come muovo il naso quando sto per starnutire né l'accento barese col quale parlo. Accontentatevi del niente che avete. E' difficile che io desideri davvero guardare negli occhi una persona con la quale ho condiviso solo parole. Poi, bisogna vedere quali parole. Che cosa ho nascosto, negli spazi bianchi.



Quasi inverno e un silenzio dentro, come di neve. Oggi ho incontrato lei. Era bella, quasi l'avevo dimenticata. Tanto tempo nel mezzo e troppe parole - mie, e di nessun altro. Poi, il nulla o quasi. Non è difficile, offuscare nel cuore. Siamo affreschi che s'impolverano, volti su volti e il tempo a nascondere il bello. C'è da scegliere, poi. Se restaurare. O distruggere.


Ma per adesso ascolto l'autunno. Il rumore che fa quando calpesto le foglie. Penso ai giorni che verranno, alla mia presentazione a Torino, a Elisabetta che finalmente incontrerò e a tutte le foto che le scatterò mentre non guarda. Alle biblioteche dell'università, che sono troppe e hanno troppi nomi, troppi corridoi e io persa con la mia lista bibliografica, una tesi da buttare giù e qualche sogno nelle tasche (non tanti, giusto qualche caramella di "sì, ma dai, forse vorrei..."). E manchi. Non so perché, non so come, dio che palle, ma manchi. Tutto qui.

martedì 22 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Il tempo delle epiphanies (ma avrei voluto le mele)



Me li ero immaginati diversi, i miei vent'anni. Liberi, me li ero immaginati. Con una me a forma di colomba, ali spiegate e tanto cielo da ingoiare con gli occhi. E invece. Invece sono qui che ventun anni sono andati già e ho festeggiato il mio compleanno a maggio piangendo sul cofanetto bompiani della Recherche e siamo tutti così soli che mi vengono i brividi sulla testa, se ci penso. Ho lasciato la direzione di Prudence. Era un bel progetto, era il mio progetto, ma evidentemente non sono in grado di impedire il chiacchiericcio whatzappiano mentre io non guardo. che tristezza. che delusione. Adios muchachos, parto per altri lidi e altre sponde. M'inventerò qualcos'altro, ho qualcosa come una vita davanti e un altro po' di cervello da spremere.

E poi c'è Facebook. E' arrivato il tempo di fare un bel log out che duri una settimana, un mese, per sempre. Dire ciao ciao per un bel po' a chi si è issato così in alto da poter giudicare te e la tua vita e tutti quei giorni che non hai potuto, né saputo, raccontare. Ed è un peccato perché si sarebbe potuto...se non...ma poi...massì. Pazienza. Tanti chilometri nel mentre e un bel silenzio a spianare le autostrade. 

Ho comprato un taccuino blu, stamattina, e l'ho fatto per i motivi sbagliati. Non che esista un motivo giusto per iniziare a scrivere qualcosa. Anche solo lo smettere di leggere per un secondo romanzi penosi autopubblicati sarebbe un buon motivo per scrivere. Per fare sudoku. Per limarsi le unghie dei piedi.

Ascoltare canzoni anni '60 e Sing for your supper, ingoiare tonnellate di sciroppo per gli anticorpi e chiedersi: ma poi, 'sti anticorpi, me li sarò giocati a dadi in un giorno in cui dormivo? Le tonsille costantemente infiammate. La testa. Il dolore. Com'è che stasera mi fa male il fianco? sono un acciacco che cammina, e tutti questi libri da leggere e forse non mi va più, di leggere. Forse me ne frego delle vostre pagine, delle mie recensioni, del mio blog, del mio magazine che poi ho mollato a qualcun altro perché non ho avuto il coraggio di armarmi, farmi forza e urlare vattene a cagare, tu con tutti gli altri, e sognatelo che rimango qui a darti consigli, contatti, giorni della mia vita. Buona fortuna. Ma anche no.

E poi l'amore. L'amore. dio, quanto odio l'amore. Lasciarsi. Riprendersi. Rilasciarsi. Massì mannò maddai. Mi è diventato ottobre dentro al cuore. Halloween. Quest'anno festeggio a casa mia, io con le mie zucche da balcone, una sigaretta a pendolo e forse non dovrei indossare scarpe da ginnastica per tutto il giorno perché poi, sai, cioè. 

Vorrei smetterla con le domande perché poi mi rispondo e le risposte non mi piacciono mai. Mi vengono da qualche posto sconosciuto dentro di me e non voglio guardarle in faccia, mai. Sono lì, pronte a capovolgermi la vita, rovesciarmi numeratore e denominatore come la potenza negativa delle frazioni. E sono stanca di leggere racconti, di riconoscermi, di commuovermi, piangere come una fontana solo perché per una volta ti ho letto e ho pensato "eccomi, sono tornata a casa". Che tristezza. Dover aspettare gli altri per sentirsi così. Io mi ci volevo sentire nel mio corpo, a casa. Senza nessun altro. Avrei voluto che gli altri arrivassero dopo, quasi per caso, sennò chissenefrega. E invece. 

Mi faccio sconvolgere la vita dalle cose piccole. Dalle cose lontane. Suonami, sveglia. Suonami la testa e chissà non cambi il mondo. O forse no.

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lunedì 21 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

L'amore che brilla dentro - un omaggio di Rossella Sicilia a Waiting Room


Da Waiting Room di Bianca Rita Cataldi:
"Tu non diventare come me.
Non perdere mai i treni sui quali lui viaggerà, non dimenticare i nomi dei luoghi in cui andrà a vivere e disegna sotto i tuoi piedi la strada per raggiungerli.
Non essere orgogliosa, puntigliosa, insolente, non essere niente di ciò di cui potresti pentirti, un giorno.
Non essere quello che io sono stata...
E se finirà, potrai sempre dire di aver dato tutto.
E non ci saranno "se" e "ma" a gravare sulle tue spalle.
Non ci saranno sale d'attesa nelle quali consumare il rimpianto, e giorni dell'abbandono da smaltire un po' per volta nella luce fioca dei tuoi ultimi anni.
Non lasciare che la notte ti disegni le dita dentro le scarpe, che cammini al tuo posto su strade che non vorresti percorrere, e non lasciarti vivere.
Viviti, piuttosto, viviti tutta fino al fondo di te.
E allora non ci saranno muri bianchi, né porte lasciate socchiuse a far passare gli spifferi.
Sii l'amore che ti brilla dentro.."

Grazie di cuore, Rossella.
domenica 13 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

B. intervista la scrittrice Linda Bertasi

Buona domenica, miei cari. Oggi voglio presentarvi una delle mie autrici preferite in assoluto: Linda Bertasi, autrice de "Il rifugio", "Destino di un amore" e "Il profumo del Sud" (la mia recensione qui). Vi ricordo che, prossimamente, Ilaria Amoroso, redattrice di Prudence, la intervisterà per il nostro magazine. Chiaramente, si tratterà di argomenti diversi quindi...continuate a seguirci :)




Ciao Linda e benvenuta nel mio blog! Ti va di parlarci un po’ di te? 

 Ciao Bianca e grazie a te per l’invito. Sono una moglie e una mamma, una lettrice instancabile, appassionata di storia inglese. Molti mi definiscono ‘una donna d’altri tempi’, forse per il mio amore per il XVI e XVIII secolo. Mi piace viaggiare, quando ne ho l’occasione, e mi diletto in video-maker quando il tempo e la mia bimba me lo consentono.

 Da dove nasce la tua passione per la Storia? Riesci a ricordare il periodo della tua vita nel quale hai capito che la ricerca e la scrittura erano la tua vocazione? 

 Credo che questa sia una passione insita in me dalla nascita, non ricordo un particolare ‘inizio’. Fin da piccola amavo visitare rocche e castelli figurandomi come la ‘principessa’ in trappola. Fantasticavo tra merletti e torri, mi immaginavo le damigelle scendere dalle imponenti scalinate. Ho sempre amato tutto quello che è antico, dalle crinoline al ricamo. Iniziai a vedere il primo film in costume con la nonna e poi mi regalarono “Orgoglio e pregiudizio” per il mio dodicesimo compleanno. Conservo ancora quell’edizione, le pagine erano intervallate da immagini a colori. E’ iniziata così la mia passione.

 Pensavo ad Anita e Justin, i protagonisti del tuo ultimo romanzo Il profumo del Sud. Ti va di raccontarci il percorso che ti ha portato a creare questi due meravigliosi personaggi? 

 In realtà i personaggi sono venuti da sé, nella mia mente all’inizio c’era solo Anita. Volevo raccontare la storia di una donna che lasciava la sicurezza e l’agio per avventurarsi oltre confine e sfidare i propri limiti e le proprie convinzioni. E poi su quella nave, mentre Anita osservava le onde in una notte stellata, è comparso lui, Justin Henderson. Me ne sono innamorata seduta stante e lo stesso ha fatto Anita. Ho voluto raccontare la storia di un grande amore sbocciato tra due personaggi apparentemente agli antipodi, libertino lui, timorata lei. Due personaggi che sotto la scorza dell’apparenza sono molto più simili di quanto pensiamo.

 Se dovessi scegliere tre aggettivi per descrivere Il profumo del Sud quali sarebbero? 

 Questa è una bella domanda! Forse userei: intenso, imprevedibile e realistico.

 Ricordi qual è stato il tuo primissimo tentativo di scrittura? Era una poesia, un racconto o già un accenno di romanzo?

 Il primo tentativo fu senza dubbio una poesia, iniziai con quelle quando ero bambina. Ma erano sporadici schizzi di una ragazzina sul suo diario segreto. Il primo serio tentativo di scrittura invece è un romanzo di 400 pagine che ancora conservo, dal titolo “La collina incantata”. Un romanzo storico da cui non mi separerò mai.

 Ti trovi bene nella famiglia Butterfly? Consiglieresti ad altri autori questa casa editrice? 

 Non mi trovo bene, mi sento a casa! Mi sento davvero parte di una grande famiglia e il rapporto che ho instaurato con alcune autrici, te compresa, è qualcosa di unico e meraviglioso per me. Argeta non è solo una direttrice editoriale, ma un’amica con cui confidarsi e chiedere consigli. Ricordo ancora il giorno in cui la incontrai per la prima volta. Porterò con me quel momento per sempre. La Butterfly è una casa editrice che, mi auguro, farà tanta strada. E’ dinamica, intraprendente, difende i suoi autori, li accompagna in ogni passaggio e soprattutto fa promozione seria e reale. Non sono solo delle promesse un foglio stampato. Personalmente la consiglierei a chiunque e spero che qualche lettore all’ascolto segua il mio consiglio.

 Gestisci da tempo un meraviglioso blog nel quale ti occupi di recensioni, interviste e moltissimo altro. Secondo te, Internet può costituire un’occasione di conoscenza, interazione sociale e arricchimento culturale? 

 Secondo il mio punto di vista e la mia personale esperienza, sì. Quando ho aperto il blog non mi aspettavo un così colorito numero di richieste e neppure i rapporti che si sono instaurati con gli intervistati. La conoscenza va oltre l’intervista pubblica. Ho avuto l’occasione di stringere rapporti intensi con tanti emergenti come me e non rinuncerei a quei rapporti per niente al mondo. Chi rifiuta queste amicizie e, soprattutto, chi non legge emergenti non sa cosa si perde e quanto arricchirebbe il suo mondo! Non dobbiamo fossilizzarci solo sulle letture di ‘big’, soprattutto se siamo emergenti! Voglio dire: noi scriviamo libri e vogliamo che qualcuno ci legga e ci conosca, ma se dall’altra parte ci fosse una persona che ama solo i romanzi dei cosidetti ‘famosi’ che fine farebbe il nostro scritto? Noi per primi dobbiamo dare il buon esempio e allargare i nostri orizzonti, ottenendo un bagaglio sempre più ricco di nuove ed entusiasmanti esperienze.

 Sino ad oggi hai intervistato per il tuo blog moltissimi autori. Qual è lo scrittore che ancora non ha ricevuto le tue domande e che vorresti intervistare? 

 Sicuramente un’autrice che non vedo l’ora di intervistare è Ilaria Goffredo. Stimo molto questa scrittrice, non a caso la porto sempre con me sulla fascetta pubblicitaria del mio libro. E presto leggerò anche il suo “Tregua nell’ambra”. Ma c’è una persona che ho già intervistato, recensito e che non smetterei mai di omaggiare ed è la mia amica e collega Laura Bellini. 

Nuovi progetti per il futuro? Ti va di parlarne con noi?

 Sto lavorando al mio quarto romanzo, il mio primo fantasy e sono molto soddisfatta per il momento. In attesa c’è qualche altro progetto ma per ora è ‘top-secret’!

 Grazie infinite per la tua disponibilità! Sono davvero orgogliosa di averti ospitata nel mio piccolo spazio personale. In bocca al lupo per tutto, Linda! 

 Sono io l’orgogliosa di annoverarti tra i miei amici e colleghi. Sei una persona meravigliosa Bianca e una grande scrittrice, ma questo già lo sai!


Linda Bertasi nasce nel 1978, frequenta l’istituto tecnico a Ferrara dove si diploma in indirizzo informatico. Appassionata di storia, sviluppa sin dall’infanzia una predisposizione per le materie umanistiche. Nel 2010 pubblica il suo primo romanzo “Destino di un amore” e nel 2011 “Il rifugio” secondo classificato al XXIII premio letterario ‘Valle Senio’ 2012. “Il profumo del sud” è il suo terzo romanzo.

sito web: http://nuke.lindabertasi.it/
blog: http://lindabertasi.blogspot.it/
venerdì 11 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Il pane coi semi di papavero.



Amo il pane coi semi di papavero. Forse è l'unico tipo di pane al mondo che mi piace davvero. Mi premio così, oggi, col pane, dopo aver chiuso in bellezza la mia settimana degli esami d'ottobre. Dopo latino, dopo italiano ma, soprattutto, dopo la sfacchinata del compimento medio di pianoforte in conservatorio (per compimento medio s'intendono i due giorni d'esame che prevedono l'esecuzione di un programma allucinante, scale, prima vista e tesina teorica). Insomma, sono distrutta ma ho preso otto, un bellissimo e rotondissimo otto che mi appiccicherei allegramente in fronte come una stellina di carta e sono contenta e incredibilmente soddisfatta di me. Direte che non è poi questo gran voto ma per me significa tantissimo. Significa l'essere riuscita ad aprire il pianoforte dopo un periodo buio nel quale l'avrei allegramente sfasciato per farne legna da caminetto e significa l'aver dato una soddisfazione a una professoressa che ha dato davvero l'anima per me e che ci ha creduto fino in fondo. Pianisticamente parlando sono una capra, sappiatelo, e l'otto era davvero il massimo al quale potessi aspirare e sono...uau, terribilmente contenta. Qualcosa tipo il poster di Mafalda con la scritta "viva me".



E poi bevo l'english breakfast. L'english breakfast, nel mio personalissimo dizionario sentimentale, significa da sempre "Sergio". Mi ricorda i primissimi tempi, quand'era inverno e preparavamo il tè alle sette, prima che io prendessi il treno. Sono passati due anni, da quei primi tempi, e lui ha la patente e io non mi ritiro più con le galline ma è bello versare il latte nel tè e pensare che siamo ancora qui, giorno dopo giorno. Come stamattina, mentre aspettavo il voto di pianoforte in piedi nel corridoio e l'ho visto arrivare con quella maglietta nera a maniche corte quasi fossimo tornati indietro nel tempo, all'esame di armonia di due anni fa, a quando ancora non stavamo insieme. La stessa maglietta, o una molto simile. Il corridoio del conservatorio. Si può avere nostalgia di chi non è ancora andato via?

p.s. vi lascio con una delle mie canzoni preferite nonché "la canzone degli esami" per eccellenza. Mi ha dato la carica per tutta questa settimana d'inferno e non dimentichiamo che è anche nella colonna sonora del meraviglioso "Noi siamo infinito". Insomma, l'adoro.

martedì 8 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

Piovere dentro.


Buonasera questa sera che è tardi per le buonesere ma è che sono così stanca che potrei implodere entro i prossimi sette secondi. Iniziate a contare mentre vado a farmi una doccia che mi spenga definitivamente il cervello. E' che gli esami di letteratura italiana distruggono i neuroni come droga, e non fanno neanche viaggiare.
lunedì 7 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

"I colori che ho dentro" di Nadia Boccacci - Recensione.



Oggi vi segnalo un romanzo che mi ha colpito moltissimo per sensibilità e originalità della tecnica narrativa. Si tratta di I colori che ho dentro, la nuova opera letteraria della già bravissima Nadia Boccacci (avete letto il suo In viaggio con te? Fatelo: ne vale veramente la pena).


Il romanzo si apre su un colore: il grigio. E' il colore della relazione tra Gemma e Marco, una relazione piena di chiaroscuri, ombre che s'infilano tra di loro e parole negate. Gemma ama il suo ragazzo con tutte le sue forze eppure, dentro di lei, sa perfettamente che questo amore la sta distruggendo. Marco la tradisce pur continuando a ripetere di amarla: si può davvero amare qualcuno che riusciamo a sostituire così facilmente, anche solo per qualche ora? Al grigio si rincorrono il blu della disperazione, delle lacrime sul divano di casa, e il nero del cielo di notte, del silenzio dopo la rottura con Marco. Eppure, la vita di Gemma non è fatta solo di toni cupi: ci sono anche il rosso di un nuovo amore e il giallo del ricordo di tata Armida, la vicina di casa che si prendeva cura di lei quand'era bambina e sua madre era già andata via di casa. Lei, Armida, è stata la madre che Gemma non ha mai avuto, perché la donna che l'ha messa al mondo ha preferito abbandonarla, seguire un altro uomo e mettere al mondo un altro figlio. Gemma riuscirà a perdonarla e a schiarire il nero cupo del rancore che le riempie il cuore?

I colori che ho dentro è un romanzo coloratissimo e vivo in tutti i sensi. La vita non è fatta solamente di sfumature calde, di gialli e rossi e arancioni, ma anche di blu, di nero, di tutto ciò che vorremmo ignorare per sopravvivere. La vita è vita da qualunque punto la si osservi. E' questo che Nadia vuole trasmetterci: il senso dell'amore per la nostra esistenza a prescindere dalla direzione che ha imboccato e dalla quantità di dolore che ci tocca affrontare per proseguire il nostro cammino e uscirne vincitori. La tavolozza dei colori di Gemma, inoltre, è anche la cartina di Tornasole dei suoi affetti, delle persone che hanno lasciato un tocco di vita nei suoi giorni, la loro firma nel cuore. Viversi tutta, fino alla fine: è questo l'insegnamento che Gemma apprenderà attraversando queste pagine. Quando avrete chiuso il libro, non potrete che pensare ai vostri colori, alla vostra tavolozza personale, e vedrete quanto di Gemma, della sua dolcezza, della sua fragilità è rimasto in voi. Un romanzo unico nel suo genere, delicato e lieve, ricco di tutte le sfumature che ognuno di noi, inevitabilmente, deve attraversare per potersi dire vivo.

sabato 5 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

"Predestinati" di Roberta Mura - Recensione.




Elisabeth, studentessa al quarto anno di ragioneria, è una ragazza simpatica e vivace, circondata da amiche che adora e dalle quali è riamata. La scuola è appena finita, la sua amica Viola si è trasferita a due passi da casa sua e non dovrebbe mancarle nulla per essere felice, eppure sente che c'è qualcosa che non va. Perseguitata da strani incubi, si sveglia al mattino con un inquietante senso di soffocamento. Anche Chiara, la sua migliore amica, sente che qualcosa di terribile sta per accadere.
E poi c'è Chris, giovane e affascinante vampiro che ha appena rintracciato la sua famiglia grazie all'aiuto d Gabriel, un bambino dai poteri molto speciali. Chris sa che lui ed Elisabeth sono i Predestinati, ovvero coloro che, col potere dell'amore, potranno sconfiggere Demetrio, crudele vampiro assetato di potere. Resta solo una cosa da fare: avvicinarsi ad Elisabeth, raccontarle la verità ed entrare nella sua vita sperando di non distruggerla per sempre.

Non lasciatevi ingannare dalla trama: non è il solito romanzo vampiresco. E' un libro genuino, italiano al 100%, pervaso in ogni pagina da un'innocenza e da una dolcezza fuori dal comune. Roberta Mura ha una scrittura delicatissima e pur tuttavia ricca di forza e vigore quando la vicenda lo richiede. I personaggi sono perfettamente inquadrati nel contesto e "tridimensionali" nelle loro debolezze, gioie, dolori, speranze. Persino il personaggio di Demetrio, il "nemico numero uno", riesce a suscitare la compassione del lettore nel momento in cui si scopre del suo rapporto con la madre. "Predestinati" è un romanzo che necessita sicuramente di un lavoro di editing - quale libro di un autore emergente non ne ha bisogno? - ma è un'opera pura e sincera, giovane nella sua freschezza, e merita sicuramente tutta la nostra attenzione.
martedì 1 ottobre 2013 | By: Bianca Rita Cataldi

le sigarette spente, dopo tre giorni, puzzano (ma anche prima)


Che poi c'è questo fatto, delle sigarette che non riesco a finire, perché arriva il pullman quando sono a metà, a fumo sospeso, e allora le spengo contro il muro e Bari è piena di muri dalle macchie nere di cenere (anche il muro del garage di Sergio, in realtà, ma non diteglielo). E' che le artigianali sono infinite come i rotoloni regina, come quando abbiamo cinque minuti di pausa durante la lezione e io rientro sempre in ritardo. mi dispiace buttarle via. Io lo pago, quel tabacco. E pazienza sia il tabacco più economico sul mercato e puzzi da fare schifo e sia secco come me quando ho la tonsillite e non mangio ma...è sempre tabacco, suvvia.


Il fatto è, però, che le sigarette spente e conservate puzzano da morire. E' un odore a metà strada tra un panino al prosciutto avariato e l'odore di fogna quando arrivi a Japigia alle sette di mattina. Mi ricordano un po' quel detto sugli ospiti, il pesce puzza dopo tre giorni o qualcosa del genere. E' che io, la gente, la tratto come le sigarette: la conservo anche quando mi puzza sotto il naso, l'infilo in un vecchissimo pacchetto di Winston Blue e la porto via con me. Anche quando non mi piace. E poi mi puzza la borsa. Vi ho già detto che potete scaricare gratis il mio primo libro qui? so che non c'entra niente, ma è che mi era venuto in mente. Vorrei essere una donna in una fotografia anni '40 e avere delle curve, tipo, e una sigaretta in mano. Giusto così, per provare. Vi lascio con una delle mie poesie invernali perché, si sa, per me ottobre è già un passo avanti verso l'inverno. god bless the winter. 


Tra gli angoli dei vetri
sei una finestra che si apre
e lancia tende contro il vento.
Ti ho aperta che era inverno
ed entrava neve dalla tua bocca,
il profumo del mare
che abbracci in cornice.
Se mi affaccio vedo il fondo
della lontananza che siamo
come fossi su un treno
e ti rincorressi da sempre.
Non m'importa di trovarti
tra le lame della realtà:
è dolce guardare
il mare oltre la finestra,
lo sfiorarsi delle tende,
l'ombra del tuo vento.

(Bianca Rita Cataldi. Odio firmarmi, ma è che a volte non si sa mai)