venerdì 12 ottobre 2012 | By: Bianca Rita Cataldi

a volte ritorno.

Riemergo, a volte. tornata oggi da Roma, un buon mal di testa, pioggia continua, umidità fin dentro le ossa. Dolore alla spalla destra. Torno dalla premiazione di un concorso che ovviamente ho perso, sono la maga delle finali dei concorsi letterari, dubitò riuscirò mai ad arrivare a vincere. Chiamasi sfiga, o semplicemente mediocrità. Ho ascoltato duemilasettecento volte Stones grow her name dei Sonata Arctica, per intero esclusa Cinderblox che proprio non riesce a convincermi. Ho finito di leggere La morte della bellezza e ho pianto sui pantaloni sbottonati di Lilandt. Non mi piace Roma. E' grigia. Piove, ma forse piove solo nella mia testa. Sarà che era la Nomentana, e tutta quella gente in giacca e cravatta. Sulla bustina dello zucchero c'era scritto che alcune persone sono noiose, ma quando dormono lo sono meno. Mancavano i comodini accanto al letto. Mancavano le mensole nel bagno. Mancava tutto, ma c'era una finestra enorme dietro la vasca da bagno e ho pensato fosse il simbolo della delusione, quella finestra enorme dalla quale guardavo Roma spegnersi, ed era notte, e avevo perso il concorso. C'è una mia poesia nell'antologia, però, si chiama La negazione, l'ho letta davanti all'editore, sono contenta. Bugia, non lo sono. Mi sa che aveva gli occhi azzurri, l'editore, non è che l'ho capito bene, c'era molta barba. Mio padre non ha capito la poesia, gliel'ho spiegata tutta, non l'ha capita comunque. Che fine farà il mio romanzo. Chissenefrega. E' in un cassetto che aprirò domani, forse lunedì, forse fra un'ora. Intanto piove ancora, non vedevo l'ora di tornare a Bari, adesso che sono qui voglio andarmene di nuovo, ma la Nomentana non la voglio vedere più, e tutto quel cielo grigio dietro la finestra del bagno. Ma domani è sabato. Domani c'è la sveglia alle 7, il treno alle 8, il computer nella borsa, la lettura di un manoscritto da completare, delle recensioni da scrivere, le sue labbra, la sedia dell'Ikea che ha in camera, casa nostra col divano rosso e il tavolino con le rotelle, ché se non ci fosse S bisognerebbe inventarlo. Bentornata a me, Pavese aperto in due sulla mia scrivania. A che ora era quel caffè con Marzia? Ché riprende uguale a prima, tutto quanto, non cambia niente (per ora).