lunedì 28 novembre 2011 | By: Unknown

L'assenza - Racconto.

Non può essere ti sei sbagliata o forse mi sono sbagliato io, non ti ho vista, io, non eri tu, io, ho sbagliato, non può. Non può. La verità è quello che siamo sempre stati, noi siamo la verità. Io e te, il più grande spettacolo dopo il Big Bang come in quella canzone di Jovanotti che abbiamo ascoltato insieme e io pensavo che fosse per me, per me, ma perché, dimmi, perché? Dimmi che non l’hai visto bene, che hai sbagliato persona. Quello è Antonio, Antonio che quando eravamo bambini ci prendeva in giro e rideva di noi, Antonio che neanche sapevo esistesse più dopo allora, Antonio, io me l’ero proprio scordato, Antonio, mica ci credevo che era vivo e che era vivo in te per te. Per te? L’ho riconosciuto, Antonio, sai? Non posso essermi sbagliato, lo so, adesso, lo so. Quella camminata strana...ma l’hai visto come cammina? Ti sei fatta scopare da uno che cammina così? E io che pensavo, io che speravo sogni che tu non hai sperato mai. La tua bellezza, adesso, è in tutti gli specchi in cui non ho il coraggio di rincorrermi. Rincorrerti, piuttosto, correre sempre e per sempre dietro la tua ombra che diventa fumo, il fumo delle tue dieci cento mille sigarette. E adesso capisco! I tuoi pacchetti da dieci che prima duravano un mese e adesso durano due giorni, perché fumi con lui, vero? vi dividete le sigarette, vi dividete le labbra, la pelle, ma io non voglio, cazzo, non voglio neanche immaginare. Le tue labbra avevano il mio sapore, ancora, non lo sentivi mentre baciavi lui? Io ci sono sempre stato, lui no. Io sono qui da dieci anni, non te ne sei accorta? E lui? Quando l’hai rivisto? Perché non me l’hai detto? Lui era amico mio prima di essere amico tuo. Amico! E’ mai stato tuo amico? Era con me che giocava a biglie per strada. Era con me che litigava. Tu con chi litigavi? Con me, con me, sempre con me. Tutti i nostri giorni insieme. Mi hai preso per il culo per dieci anni, tu. Tu che ascoltavi la tua musica con me, tutta quella musica folk di merda che non te l’ho detto mai ma sembrava proprio le canzoni che cantava mia nonna quando stendeva le lenzuola sul terrazzo, e quando facevi la colta intellettualoide, dio mio che nervi, tu con tutti quei libri che ti uscivano dal culo e pretendevi anche di farli leggere a me, che a me i libri hanno sempre fatto saltare i nervi per quanto sono pieni di stronzate. I libri! E dire che quando hai pubblicato quella cosa pallosissima che hai scritto, io, io, io ti ho fatto pubblicità! Mica Antonio, sai? Antonio non sa neanche che hai scritto un libro. Neanche sa che scrivi, in generale. Che poi, mi dici che cazzo scrivi? Me li ricordo, sai?, tutti quei raccontini da mezza pagina che scrivevi perché tanto non riuscivi a buttare giù un altro rigo manco a strizzarti con lo spremiagrumi. Non ti è mai piaciuto scrivere, ma ti glori tanto a dire in giro “io vivo per scrivere e scrivo per vivere”. Per cosa cazzo vivi, tu, con quei capelli che ti arrivano sotto il culo e quegli occhietti sciapi che ricopri di matita nera per sembrare più figa, tu, fricchettona che ascolta l’irish folk e il power metal, che fino a ieri neanche sapevi che cazzo volesse dire. Per non parlare di quando metti su tutta quella palla di Mendelssohn, ma dico io, Mendelssohn! Ma tra tutti i compositori, perché non ti sei scelta un Liszt, un Beethoven, un Chopin? Ah già, perché tu sei diversa. E ti piace l’arte contemporanea, che se io metto uno sgabello in mezzo a una stanza e ci scrivo sotto “sgabello” tu dici “E’ l’opera più emozionante che io abbia mai visto”. Ma davvero? E piangi quando vedi un quadro di Hopper, e a me fa schifo Hopper, sai? Non fa altro che dipingere culi che si intravedono dalle finestre e stazioni e tramonti che si spengono dietro i tralicci della corrente elettrica.
Eri elettricità.
Sì, tu, proprio tu, che non stavi ferma mai. Dimmi cosa hai trovato in lui. Cosa c’è dentro di lui, dimmelo. Lui, con quella voce che sembra tanto quella di Voldemort, hai presente?, il cattivo di Harry Potter. Lui che cammina tutto storto, lui con le spalle curve e con quel naso che sembra l’Appennino tosco-emiliano, ma tu dimmi, che cazzo ci hai trovato in lui? Ma io lo so. Tu non ci hai trovato proprio niente. Ma niente. Solo che ti sei innamorata di lui. E fa male, cazzo, fa male ammetterlo, ma lo ami. E non gliel’hai mai detto, e forse non l’hai mai detto neanche a te stessa, ma lo ami. L’amore. L’amore che non so neanche cos’è eppure lo vedo in me, per te, e in te, per lui. Questo amore che ci lega, così come siamo, io te e lui, e l’uno ignaro dell’amore dell’altro. E’ disgustosa, questa vita che si prende gioco di noi fino alla fine, fino in fondo. Fino a farci male.

Spero che tu abbia tutta la felicità che non condivideremo mai. Che lui sia per te l’incertezza dei tuoi giorni, il pericolo, il timore, la perdita. Spero che lui sia tutto il dubbio che meriti, perché è nel dubbio che si ama senza assuefarsi mai. E che lui non ti dica mai di tagliarti i capelli, e che ti faccia ascoltare ancora quelle canzoni, e che ti tocchi dove io manco. Perché manco, e mancherò. E’ l’assenza, adesso, la mia presenza in te.

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